
Questa mattina mi son destato con un afflato poetico in seno alle meningi.
Il calore della sabbia ed il profumo d'estate trionfavano prepotentemente in una proiezione tridimensionale sparata senza pietà contro le mie pupille.
Casa mia era in piena ristrutturazione.
Tutto il palazzo.
Quando parlo di casa mia intendo quella accanto al mare.
Naturalmente.
L'ora di pranzo imminente.
Strane onde anomale arrivavano a lambire la strada.
Operai che mi insultano perché non presto attenzione alle transenne.
Cemento fresco e tanto marmo.
Ma io devo riuscire a tornare a casa.
Mia madre non mi attende nell'appartamento giusto.
Continuo a ritirare la posta nella cassetta che non è più mia.
I miei vicini di casa fanno finta di niente.
Prendo l'ascensore con loro.
Ma come fanno le mie chiavi ad entrare ancora nella serratura?
E' tutto come l'ultimo giorno.
Anche l'uva lasciata a mollo in una scodella.
Ma perché diavolo l'abbiamo lasciata lì?
Comincio ad essere davvero confuso.
Vivo sogni o ricordi?
Lascio che sia.
Maurizio mi aspetta al mare.
Ho dimenticato l'asciugamano.
Torno indietro.
I miei amici (stranamente quelli che frequento di recente) stanno tutti giocando a beach volley.
Con quelle onde che spazzano la spiaggia mi sembra una cosa da matti.
Il mio asciugamano è... dentro una tenda stile "bagni 1930".
Un altro insulto al mio raziocinio.
Andiamo.
Ormai il pranzo sarà in tavola.
Torno indietro.
Devo solo attraversare la strada.
Non c'è più il cancello.
Solo delle vetrate non ancora montate.
Da dove devo passare?
Maledetti muratori, volete confinarmi qui, in mezzo alla strada?
Le onde stanno arrivando.
Arriva anche il freddo di un pomeriggio di gennaio.
Ed io ancora ad aspettare che qualcuno mi faccia entrare, in costume, un asciugamano bagnato in mano, le chiavi che prima aprivano ed ora no, una strana consapevolezza che si fa strada nel mio cervello.
E' meglio che cominci a pensare seriamente a trovare un riparo.
Non è mai allegro non avere un posto che si possa chiamare casa.